Anche il fratello

 

 

Biografia:

Chino Biscontin, sacerdote, insegna teologia a Pordenone, dove vive, e a Padova. Ha compiuto gli studi accademici a Roma, dove ha conseguito la Licenza in Teologia e il Dottorato in Etica Teologica. E’ direttore di una rivista, “Servizio della Parola”; dirige anche la Biblioteca e il Museo della Diocesi e si dedica a corsi e conferenze. Ha pubblicato libri e articoli di teologia e pastorale.

 

 Meditazione di Don Chino Biscontin

Dal vangelo secondo Luca

(Lc 15, 1-3.11-32) 

 

Si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola:

«Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.

Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.

Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.

 Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l`anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: E` tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare.

Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

 

Gratitudine verso Luca che ci ha tramandato questa parabola

 Nell’introduzione al primo dei suoi scritti, il vangelo, Luca compone questa dedica: «Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teofilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto» (Lc 1,1-4).

Luca non è stato testimone oculare dell’attività di Gesù, è diventato suo discepolo solo dopo la sua morte e risurrezione. Sappiamo che è stato stretto collaboratore dell’apostolo Paolo, ed è per comunità cristiane di lingua greca che egli compone la sua opera.

A Luca dobbiamo immensa gratitudine per averci tramandata la parabola, uscita dalla fantasia creatrice e dal cuore di Gesù, che abbiamo ascoltato. Nessuno degli altri tre evangelisti, infatti, la ricorda. Neppure Matteo, che di Gesù è stato discepolo, e che ha provocato uno di quei pasti con i peccatori per i quali Gesù è stato oggetto di critiche maligne, per rispondere alle quali Gesù è ricorso a questa parabola. Lo ricorda Matteo stesso, che nel suo vangelo scrive:

«Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù li udì e disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 9-13).

Ma Luca dimostra una attenzione tutta particolare verso i tratti che manifestano la squisitezza della bontà di Gesù, la sua sollecitudine verso i malati, la sua attenzione rivolta ai poveri, il suo impegno rischioso a favore dei peccatori. Solo lui ricorda la commovente preghiera di Gesù, inchiodato alla croce, che chiede il perdono per coloro che lo stanno uccidendo: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). E solamente nel suo vangelo viene tramandato il seguente episodio:

«Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.

A quella vista il fariseo che l’aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, dì pure». «Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».

E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco».

Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest’uomo che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; và in pace!» (Lc 7, 36-50).

Merita essere sottolineato un particolare. Dopo il breve dialogo sul creditore e i suoi due debitori, Gesù si rivolge verso la peccatrice, ma continua a parlare con il fariseo, dicendo : «Vedi questa donna?» È come se Gesù invitasse quel fariseo a guardare quella donna con i suoi stessi occhi: il fariseo la vede solo come una peccatrice, e come tale da evitare, Gesù la vede come una donna, caduta in peccato, ma che ha grandi risorse d’amore da liberare.

Chi desideri comprendere qualcosa del mondo interiore di Gesù, la sorgente del suo sguardo limpido, deve tener conto di questo fatto. Gesù è stato un innocente: non ha conosciuto la vergogna di chi deve ammettere che almeno un frammento del male che c’è in questo mondo è frutto di una sua decisione. Si tratta, dunque, di capire come sia fatta l’anima di un innocente, la sua psicologia.

Poiché non ci è dato di conoscere un adulto che sia totalmente innocente – in questo Gesù è una figura assolutamente singolare -, dobbiamo riferirci a quello che può succedere ad un bambino quando si scontra con il male, con il male inaspettato.

Posso condividere un’esperienza che ha lasciato una traccia nella mia memoria. Ero a cena con una coppia di giovani sposi che stavano attraversando un momento difficile nel loro rapporto e che mi avevano chiesto aiuto. A tavola c’era anche la loro bambina, di poco più di tre anni. La mia presenza, come non raramente accade, aveva tolto alcune remore all’esternazione dei pensieri e dei sentimenti, così che i due sposi cominciarono a discutere con animosità, persino alzando la voce. Probabilmente era la prima volta che questo accadeva in presenza della bambina. Io ero seduto davanti a lei ed ho potuto seguire la sua reazione. Dapprima guardò verso papà e mamma con due occhini sgranati dallo stupore, poi aggrottò ciglia e fronte e strinse le labbra, infine lungo le gote arrossate cominciarono a scendere grosse lacrime, ma senza un singhiozzo. Notando il mio sguardo preoccupato rivolto alla piccina, la mamma si volse a sua volta verso di lei e, vedendo le lacrime, si calmò, si ricompose e poi allungo la mano per una carezza: “Non piangere, lo sai che ti voglio bene”. La bambina ebbe una reazione inaspettata: guadò la mamma con gli occhi umidi, dal di sotto in su, e disse: “E al papà?”.

Ho meditato a lungo sulla lezione che a tre adulti ha dato, quella sera, una bambina che non aveva ancora quattro anni. E mi ha aiutato a capire qualcosa di come reagisce un innocente quanto si scontra con il male. Non lo dà per scontato: ne prova meraviglia, come davanti a ciò che non dovrebbe esserci. Continua a ritenere che non è “normale” che le persone siano portatrici di cattiveria, continua a pensare e sperare che le persone possono essere buone, e perciò si comporta come chi ha fiducia che così possa essere. Pur essendo piccina, non era di sé che quella bambina era preoccupata, ma del fatto che il papà e la mamma potessero essere cattivi. Non desiderava una carezza dalla mamma, ma che l’incubo finisse e la mamma tornasse ad essere buona, buona nella relazione con il papà.

Sono convinto che questa è una buona prospettiva per cercare di comprendere Gesù, quest’uomo che, anche in età adulta, sperimentava la propria innocenza e conservava la psicologia dell’innocente. Tutto ciò lo portava a non ritener “normale” la cattiveria umana, pur vedendola diffusa in ogni dove, a sperare che si potevano ricondurre gli esseri umani verso la bontà, ad agire come chi è convinto che una simile impresa è sensata. E di fatto egli si è comportato secondo queste convinzioni.

 Parabola del figliol prodigo? Una interpretazione limitata

 La parabola di Gesù che abbiamo ascoltato è chiamata tradizionalmente “del figliol prodigo”. In tempi recenti gli esegeti ci hanno messo in guardia da questo titolo – che non fa parte del testo canonico – in quanto imposta una prospettiva di interpretazione quanto meno limitata. Il fatto è che questo racconto di Gesù è stato ampiamente usato nella predicazione e nella catechesi per quella che potremmo chiamare la pastorale penitenziale. La preoccupazione era di mettere in guardia dalle cattive conseguenze dei peccati e, nel caso di peccatori, di provocare la conversione, annunciando la possibilità del perdono, ma condizione del pentimento e della confessione. L’interpretazione era semplice: il padre della parabola rappresenta Dio; il figlio che se ne va da casa è il peccatore; la fame e la vergogna che cade su quest’ultimo, finito a fare il guardiano di porci, raffigurano le conseguenze del peccato; la decisione di tornare a casa il cammino di conversione, l’accoglienza del padre il perdono di Dio. In questa interpretazione la figura del fratello maggiore appare pleonastica e come tale non necessaria, e in effetti non raramente la parabola veniva troncata con il ritorno del figlio prodigo e l’accoglienza festosa del padre. Al massimo l’utilità di questa figura si ridurrebbe alla provocazione della replica del padre, che ribadisce che era giusto fare festa per la salvezza del figlio minore tornato a casa.

Nella recente revisione della traduzione CEI del Nuovo Testamento (1997) il titolo della parabola risulta mutato: “Parabola del padre misericordioso”. Anche questo titolo imposta una interpretazione, mettendo questa volta al centro non il figlio minore ma il padre, e precisamente la sua misericordia. Indubbiamente la nuova formulazione è migliore della prima: orienta l’attenzione nella giusta direzione, quella del padre, e naturalmente, se si parla di misericordia si evoca colui che di questa misericordia ha bisogno, il figlio più giovane. Personalmente tuttavia avverto il pericolo che anche in questo caso la figura del fratello maggiore rimanga in ombra, mentre nel racconto di Gesù egli è figura di primo piano.

Lo si comprende bene se si tiene conto di come la parabola viene introdotta: «Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Ed egli disse loro questa parabola…» (Lc 15, 1-3). È chiaro che la parabola non è, almeno direttamente, un invito rivolto ai peccatori, commensali di Gesù, perché intraprendano un cammino di conversione, ma una affascinante risposta di Gesù a farisei e scribi, che lo criticano perché ha abbattuto il muro di scomunica che separa i peccatori dai giusti e ha osato stabilire un rapporto di comunione con loro, condividendone la mensa. Il tutto – ed è questo il punto di attrito più duro – con la pretesa di mettere in atto con questo comportamento la volontà stessa di Dio. Il che significava trascinare Dio stesso a quella mensa, in quella poco edificante compagnia! Che Gesù si rivolga proprio a scribi e farisei risulta ancora più chiaro nel testo greco, che dice : «Eîpen pròs autoùs», letteralmente : «Parlò verso di loro».

Se si tiene conto di ciò risulta chiara l’importanza della figura del figlio maggiore: con essa Gesù rappresenta proprio coloro che lo criticano. Essi dicono che il comportamento di Gesù non è giusto: non bisogna accogliere così i peccatori e trattarli in quel modo! Ora, proprio le loro parole vengono poste da Gesù sulle labbra del figlio più grande, che giudica inaccettabile e sbagliato il comportamento del padre. È chiaro che Gesù, innalzando a livello drammatico la discussione e portandola limpidamente a quello che è il suo centro, manda a dire a coloro che lo condannano: “Voi state criticando Dio stesso!”. E dunque la figura del figlio maggiore non può essere trascurata nella comprensione del messaggio della parabola: essa è figura di primo piano.

Il figlio minore è davvero pentito?

Nel figlio più giovane vengono rappresentati i peccatori, come abbiamo visto. E davvero il suo comportamento è adatto a rendere coscienti di quanta stoltezza sta dietro che sceglie di peccare. Il peccato fa del male a chi lo compie e diffonde il male tutto intorno. È proprio quello che combina il giovane della parabola.

Il padre lo ama profondamente: lo si può dedurre dal comportamento che assume dopo la sua partenza. Lo sta ad attendere, lo riconosce quando ancora è lontano, non recrimina e non lo umilia, lo accoglie con amore immutato, abbandona il cuore all’allegria per la sua salvezza. Nonostante tutto questo amore il figlio sceglie di ferire duramente il padre: non solo con la decisione di andarsene da casa, ma chiedendo anche la parte di eredità che gli sarebbe spettata solo alla morte del padre. È come se dicesse al padre: “Per me sei inutile, anzi sei persino un ostacolo sulla via della mia felicità, togliti di mezzo!”. E se ciò non bastasse, con le risorse così malamente ottenute si abbandona ad una vita dissoluta, che getta la vergogna sulla sua famiglia.

Per capire il male che questo giovane ha fatto, oltre che alla figura del padre, bisogna dedicare attenzione al fratello maggiore, ai danni che egli subisce. Anzitutto vede dimezzati i beni di famiglia e abbassato pesantemente il tenore di vita. In secondo luogo il fratello andandosene sembra aver portato via il cuore del padre: sempre taciturno e malinconico, così che non si può neppure immaginare di chiedergli un capretto per fare festa con gli amici. E disattento al figlio rimasto a casa: sempre a guardare verso la strada per vedere se il figlio che se n’era andato apparisse da un momento all’altro, meno pronto ad apprezzare l’obbedienza e il duro lavoro del figlio rimasto a casa. Non solo, ma tenendo conto che nella cultura di allora la buona fama era il bene sociale in assoluto più grande di cui una famiglia potesse disporre, il comportamento del fratello minore getta un’ombra sinistra si tutta la famiglia. Quale ragazza accetterà di andare sposa al fratello di uno che si è perso in quel modo così imbarazzante?

Ma questo giovane ragazzo il male lo ha fatto anche a se stesso. Lo sua scelta lo porta non solo lontano da chi lo ama, ma lo getta nella miseria più nera, sull’orlo della disperazione. Dopo aver dilapidato il patrimonio, perde le false amicizie che aveva e con esse ogni appoggio, e finisce per dover accettare un lavoro che per un giudeo era davvero umiliante: i maiali sono animali impuri e farne il guardiano era considerato degradante. E come se non bastasse, soffre la fame, perché nessuno si cura delle esigenze del suo stomaco: «Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla» (Lc 15,16). Il che si spiega anche con il fatto che nella regione c’è una carestia. E’ nella miseria, affamato e solo, curato meno dei porci!

In questa situazione disperata il giovane si mette a riflettere. La sofferenza gli fa capire che ha sbagliato. La riflessione parte dallo stomaco, disperatamente vuoto. E il ricordo torna alla casa da cui si è allontanato. Là i dipendenti, che sono soltanto dei servi, hanno pane in abbondanza. Spinto dalla fame e dai ricordi, decide di tornare a casa. E prepara le parole da rivolgere al padre: «Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi dipendenti» (Lc 15, 18-19). Davanti a Dio e al padre riconosce di aver sbagliato ed è pronto ad accettare la punizione: essere degradato da figlio a servo.

Ma si tratta di vero pentimento? Non è facile rispondere a questa domanda. Con grande finezza Gesù lascia la cosa in una situazione di ambiguità (tra i suoi commensali c’erano certamente persone non ancora pentite, non ancora convertite…). Le parole farebbero pensare ad un pentimento. Ma la situazione giustifica il dubbio: quelle parole non potrebbero essere solo strumentali al raggiungimento dello scopo, così drammaticamente urgente, che è quello di non morire di fame? È davvero convinto di quello che dice, o lo dice perché ha bisogno di essere riaccolto a casa? In fin dei conti la decisione di tornare è molto simile a quella che lo ha portato ad andarsene: si tratta di egoismo, di una attenzione rivolta solo a sé e ai propri bisogni. Non è il desiderio di porre fine al dolore del padre e alla vergogna dell’intera famiglia, fratello compreso, che lo ha fatto tornare, ma il suo stomaco disperatamente vuoto.

Gesù lascia la questione in sospeso, dunque. Mi pare chiaro che sta rivolgendo un invito, dolcissimo e discreto, ai peccatori suoi commensali: dovranno essi stessi decidere il senso da dare alle parole del figlio che è ritornato, quelle di un pentimento vero, sincero. Deciderlo con il proprio pentimento e la propria conversione, ora che Gesù ha aperto loro la strada della misericordia commovente di Dio. Di fronte ad una padre così generoso, come si fa a resistere al suo abbraccio?

Il padre misericordioso

Non sappiamo, dunque, se il figlio minore torna da pentito. Una cosa è certa: il padre non accoglie il figlio perché è pentito, non è il pentimento del figlio il motivo per cui viene accolto. Gesù lo fa capire con tocchi, ancora una volta, di grande finezza. Questo padre corre incontro al figlio quando ancora è lontano, e dunque quando non ha potuto ancora controllare se sia pentito o no. Non solo, ma il padre non lascia che il figlio completi il discorso che aveva preparato, lo tronca a metà. Si controllino le parole che il figlio ha pensato tra se e se e quelle che riesce a pronunciare davanti al padre: manca completamente la seconda frase. Il padre approfitta del fatto che il figlio prende fiato, terminata la prima frase, per interromperlo. La sua attenzione non è rivolta a quello che dice, è orientata altrove.

Lo farà capire con le parole con cui replica al figlio maggiore che lo aveva criticato: la sua attenzione è tutta illuminata dal fatto che questo figlio, che era morto, è tornato in vita, era perduto, ed è stato ritrovato. A voler cercare la ragione per cui il padre accoglie questo figlio, che pure lo ha ferito così crudamente, non è nell’atteggiamento del figlio che bisogna cercare, ma nel cuore di questo padre. Amava profondamente questo figlio. Ha continuato ad amarlo anche dopo l’atroce ferita. La cattiveria del figlio non lo ha spinto a reagire con cattiveria: il suo cuore è rimasto buono. Il cuore di un padre: di uno che trasmette generosamente la vita e resta eternamente un genitore, uno che la vita la genera e la custodisce con amore, non uno che la mortifica.

Così è il Dio rivelato da Gesù, e c’è da commuoversi fino alle lacrime, da aver voglia di fare festa per comunicare la gioia che ne deriva a tutti, da aver voglia di vivere di gratitudine per l’eternità. Secondo Gesù, infatti, gli uomini sono per Dio quello che c’è di più importante, e niente ha per lui un valore più grande. Nulla può essere usato contro l’uomo, neppure per una giustificata punizione a causa dei loro peccati, neppure ciò che si presentasse come servizio di fedeltà reso a Dio. Da qui le affermazioni di Gesù, per quel tempo sorprendenti, sul fatto che l’uomo è più decisivo delle celebrazioni liturgiche nel tempio, è più importante del giorno sacro, il sabato. Per questo Gesù non ha rispettato le precedenze stabilite dalla scala di valori più o meno da tutti recepita. Ha manifestato un’attenzione privilegiata verso i poveri rispetto ai ricchi (senza trascurare questi ultimi), verso i “piccoli” piuttosto che verso i “grandi” (della cui grandezza non era affatto né impressionato né attratto), verso le donne rispetto ai maschi, e verso i peccatori (veramente tali) rispetto ai giusti. Dio non ha diritti da far valere contro gli uomini che li misconoscono  anche se così facendo quegli uomini fanno del male a se stessi e agli altri – ma vuole essere una inesauribile risorsa di bontà a cui essi possono in ogni momento, e senza condizioni preliminari, attingere per essere guariti dal male che si sono fatti, dalla malvagità che hanno introiettato.

La comunione con Dio, infatti, apre agli uomini, qualunque sia la loro condizione, il cammino verso una bontà radicale. Gesù ha conosciuto in maniera insuperabile l’infinita bontà di Dio, ma ha operato con la convinzione che quella stessa bontà può essere fatta propria dagli uomini. È da qui che bisogna partire per capire le parole che Gesù rivolge: «Siate perfetti (intendi: totalmente buoni) com’è perfetto (totalmente buono) il Padre vostro celeste»; così in Mt 5,48; analogamente in Lc 6,36: «Siate misericordiosi com’è misericordioso il Padre vostro». Gesù offre agli uomini il dono di condividere la sua esperienza di Dio, la sua comunione con lui. E non ha un comando da trasmettere – “Dovete essere perfettamente buoni” -, ma una possibilità da dischiudere: “Anche a voi è possibile essere buoni al modo di Dio”.

E’ questa la sorgente, in Gesù, del suo più caratteristico insegnamento, quello secondo cui bisogna amare i nemici, che non si può leggere (qui nella versione di Luca) senza sentir montare le lacrime agli occhi, a meno che non lo impedisca una sfiducia che confina con il cinismo:

«A voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi» (Lc 6, 27-35).

E’ questa immagine illimpidita di Dio che Gesù ha rappresentato con le parole e con l’atteggiamento, è questa apertura alla possibile comunione con questo Dio offerta a chiunque, è questa speranza in una radicale guarigione degli uomini dalla loro cattiveria che si trova la risposta dell’entusiasmo che Gesù ha suscitato in coloro che non avevano impedimenti nell’anima contro tutta questa luce. Si potrebbe dire che Gesù ha avuto il dono e il coraggio di sognare un sogno che nessuno aveva osato sognare con tanta radicalità: ma quando egli ha comunicato questo sogno, è come se uomini e donne abbiano riconosciuto nel messaggio e nella grazia che Gesù offriva ciò di cui avevano una remota e disperata fame. E hanno avvertito, fin dalle radici dell’anima, che tutto ciò era “vero”, della stessa verità che costituisce i cardini dell’universo. E gli hanno creduto, e hanno sperimentato che l’insperabile poteva verificarsi. Per dirla con il denso e alto linguaggio dell’evangelista Giovanni: «A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 12-13). Per questo, nella visione di Gesù, la comunione con Dio e la bontà generosa verso il prossimo sono la sintesi di tutto ciò che occorre sapere per non sbagliare la traiettoria della vita: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22, 36-39).

Anche il figlio maggiore è chiamato alla conversione

Come abbiamo visto, la parabola è rivolta verso coloro, farisei e scribi, che criticavano Gesù perché accoglieva i peccatori e mangiava con loro. Al centro dello scontro stava l’immagine stessa di Dio, come doveva essere pensata: come quella di un Giudice custode della legge sacrosanta, o quella di un Padre che ama sempre e incondizionatamente. Abbiamo visto quale è la risposta di Gesù in merito: risposta che rivela da quali convinzioni e sentimenti l’atteggiamento di Gesù verso i peccatori era dettato. Ma Gesù crea la figura del figlio maggiore perché i suoi critici si rispecchino in essa.

La risposta che questo figlio dà al padre tradisce una grande sofferenza, che ne spiega l’indignazione, e ne conosciamo i motivi ben comprensibili. Non solo, ma anche noi restiamo un po’ perplessi riguardo all’atteggiamento di questo padre verso il figlio più grande: per il figlio che ha sbagliato fa uccidere il vitello grasso, per questo figlio ubbidiente neppure un capretto. Gesù non ha voluto umiliare i suoi interlocutori, facendone una caricatura. A ben pensarci, le misure che prevedevano l’isolamento e l’allontanamento delle persone che si comportavano male, a volte con seri danni per la comunità, erano comprensibili. Rompere quelle misure, come fa Gesù, poteva legittimamente apparire come un pericolo per l’incolumità morale, e non solo, della comunità. Perché, dunque, Gesù si comporta così? Credo che al risposta debba essere cercata nel suo rapporto con Dio: egli aveva una tale fiducia nella forza della bontà di Dio, operante in questo nostro mondo malato, da poter accettare quel rischio, pur di salvare chi percorreva le strade della perdizione.

Detto questo, tuttavia non va trascurato il male che questo fratello maggiore procura a se stesso, con questo sua atteggiamento di contrapposizione verso il padre. Il fratello più giovane lo ha danneggiato e umiliato. Per non starci troppo male egli prende una decisione: tagliare il cordone di solidarietà fraterna che lo legava a lui. Non lo considera più un fratello, lo dà per irrimediabilmente perduto e ci mette una pietra sopra. Lo si intuisce dalle parole che, con sapienza adorabile, Gesù gli pone sulle labbra: nella replica all’invito del padre a entrare in case e partecipare alla festa non lo chiama “mio fratello”, ma “tuo figlio”. Così questo fratello maggiore si è difeso dalla sofferenza; ci verrebbe da dire: legittima difesa!

Ma in questo modo egli ha combinato un guaio a se stesso. Dovendo optare tra un amore che lascia aperta e dolorante la ferita e un rifiuto che limita la propria sofferenza, sceglie questa seconda strada. Ma è anche questa una strada, come quella percorsa dal fratello più giovane, che porta lontano dal padre. Il padre, infatti, ha scelto di rimanere aperto all’amore verso il figlio che ah sbagliato, anche se questa apertura è una ferita che in tal modo non si rimargina. Con la sua scelta il figlio più grande non è più in grado di comunicare con il padre e neppure di condividerne la gioia. Anzi, la bontà del padre diventa per lui motivo di collera e di ribellione.

È su questo che Gesù vuol far riflettere i suoi critici: rifiutando di accogliere con gioia l’atteggiamento di Gesù verso i peccatori, essi si chiudono alla condivisione della volontà, dei sentimenti e della gioia stessa di Dio! Non solo i peccatori che stanno a mensa con Gesù hanno bisogno di conversione, ma anche questi giusti che lo criticano! Ancora una volta Gesù lascia in sospeso il racconto: il figlio più grande accetterà le spiegazioni del padre, aprirà il cuore al perdono e alla riconciliazione, sarà capace di entrare nella festa? Non lo sappiamo. Sono gli interlocutori di Gesù che dovranno, non con un racconto, ma con scelte che riguardano essi stessi, a dare una risposta.

A noi sia lecito immaginare. Immaginare un figlio maggiore che non taglia i rapporti fraterno cin il fratello più giovane, che pure ha sbagliato in maniera così grave e gli ha fatto così tanto del male. Continua ad amarlo, nonostante tutto. Ecco, questa sera è tornato a casa dal duro lavoro dei campi. Ma non pensa a se stesso, alla lodi e ai ringraziamenti che il padre dovrebbe rivolgergli. Egli sa bene che il padre sarà la, seduto su quella pietra, con lo sguardo perso in lontananza, lungo quella strada che il figlio più giovane aveva percorso per andarsene. Questo figlio rimasto con il padre si avvicina e, senza dire parole, va a sedersi accanto al padre e guarda nella stessa direzione, con la stessa ferita e la stessa speranza nel cuore. Non è difficile immaginare il seguito: il braccio del padre si alza, circonda le spalle di questo suo figlio che sente così tanto vicino, e lo stringe a sé. Come sta scritto: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”.

Una lettera di S. Francesco

Come conclusione ascoltiamo una bellissima lettera di S. Francesco d’Assisi, scritta pochi mesi prima della morte, e indirizzata probabilmente a frale Elia, che in quel momento dirigeva l’Ordine Francescano. In questa lettera c’è tutto il profumo del brano di vangelo sul quale abbiamo meditato.

«Al frate … ministro: il Signore ti benedica. Io ti dico come posso, per ciò che riguarda la tua anima, che quelle cose che ti impediscono di amare il Signore Iddio, e ogni persona che ti sarà di ostacolo, siano frati o altri, anche se ti picchiassero, tutto questo tu devi ritenere per grazia ricevuta. E così tu devi volere e non diversamente. E questo ti sia per vera obbedienza del Signore Iddio e mia, perché io fermamente so che quella è vera obbedienza. E ama quelli che ti fanno queste cose e non pretendere da loro altro se non ciò che il Signore ti darà, e in questo amali, e non volere che (per te) diventino cristiani migliori.

E questo sia per te più che stare in un romitorio. Ed io stesso riconoscerò se tu ami il Signore e se ami me suo servo e tuo, se farai questo, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato quanto più poteva peccare, che dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne ritorni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se comparisse davanti ai tuoi occhi mille volte, amalo più di me per questo, affinché tu lo possa conquistare al Signore ed abbi sempre misericordia di tali frati. E avverti i guardiani, quando puoi, che tu sei deciso, a fare così.

Di tutti i capitoli, poi, che sono contenuti nella Regola e che riguardano i peccati mortali , con l’aiuto del Signore nel Capitolo di Pentecoste, col consiglio dei frati, ne faremo uno, cioè questo: Se un frate, per istigazione del nemico, avrà peccato mortalmente , sia tenuto per obbedienza a ricorrere al suo guardiano. E tutti i frati che sapessero che egli ha peccato, non lo facciano arrossire né dicano male di lui, ma ne abbiano grande misericordia e tengano assai segreto il peccato del loro fratello: poiché non i sani hanno bisogno del medico, ma i malati. E così per obbedienza siano tenuti a mandarlo al suo custode con un compagno. Il custode poi lo tratti con misericordia, come egli stesso vorrebbe essere trattato se si trovasse in un caso simile.

E se avrà commesso un peccato veniale si confessi a un suo fratello sacerdote, e se non vi fosse un sacerdote, si confessi ad un frate finché non avrà a disposizione un sacerdote che lo assolva canonicamente come è stabilito. Ed essi non abbiano potestà di dare altra penitenza che questa: Va e non peccare più».